Il nostro patrono

San Bruno è un santo dell’XI secolo, fondatore dei Certosini, una forma di vita monacale nella Chiesa Cattolica, che si alimenta della preghiera, della solitudine della vita, del rigore dell’austerità. San Bruno era nato a Colonia, in Germania, nel 1030. studiò a Reims, in Francia, e vi divenne maestro apprezzatissimo da generazioni di giovani, tra i quali sant’Ugo che fu vescovo di Grenoble e poi papa con il nome di Urbano II. Quando a Reims fu insidiato un vescovo simoniaco, bruno dopo averlo aspramente redarguito, se ne allontanò ritornandovi per breve tempo quando l’indegno vescovo fu deposto. Ma quella esperienza convinse Bruno a prendere una nuova vita fatta di solitudine assoluta, di studio, di lavoro e di preghiera. Dopo una breve esperienza nell’ordine cistercense, appena fondato da Roberto di Moleste, si ritirò nella valle di Cartusia (Chartreuse) con i suoi discepoli. Ma nel 1091, il suo discepolo divenuto papa lo volle con se a Roma, ma anche questo soggiorno fu breve perché di nuovo bruno fu assalito dall’amore per la solitudine. Ma questa volta non tornò in Francia ma scese in Calabria dove fondò la certosa di Serra san Bruno e dove morì nel 1101.


La Messa della sua festa è quella presa dal Comune dei Confessori. Noi meditiamo volentieri a suo riguardo il versetto dell’Alleluia : “Beato l’uomo che supera le sue prove : dopo aver dato la prova della sua virtù, egli riceverà la vita eterna”. “Virtù”, “Vita eterna”. Sembra che queste due parole restino l’anima e la vita del Certosino. Senza dubbio appartengono ad ogni vita veramente cristiana, a più forte ragione ad una vita consacrata al Signore nel sacerdozio od anche l’impegno totale, leale e generoso del religioso consacrato che può e deve incessantemente ispirarsi a questa regola permanente del compito e del pensiero del destino eterno, vero senso della nostra esistenza.

Rimane che la forma austera della vita del Certosino ha questo di particolare che essa lascia assolutamente tutto della vita di questo mondo e che in un completo abbandono e rinuncia dei suoi beni, di ogni vita esteriore, essa pone l’anima in permanenza di fronte a quest’unico bene necessario : l’eternità.

Bisogna avere una forza fisica e morale, un equilibrio certo per vivere nel ritiro permanente del Certosino. Ma che lo si noti bene, la sua vita non è esclusiva rinuncia. Essa è destinata ad arrivare ad una vita più alta, anche quaggiù, vita in Dio, con Dio e per Dio.

Ed è questo, grazie ai Certosini, a profitto dei loro fratelli gli uomini, in virtù della Comunione dei Santi nel Corpo mistico di Cristo, l’aspetto sociale di questa esistenza si eleva al di sopra delle agitazioni, degli oblii, delle miserie del mondo al modo di un faro, potente proiettore di luce in mezzo alla notte, indicatore della strada per quelli che camminano troppo spesso dopo aver perduto l’orientamento e il senso della vera direzione esistenziale che occorre seguire.

Quanti, purtroppo nel nostro ventunesimo secolo, non si preoccupano più della virtù, assorbiti come sono dall’interesse, dal piacere, dalla cupidigia sotto tutte le sue forme !

La vita eterna è il senso vero del nostro fine ultimo, l’asse di verità intorno al quale dovrebbe organizzarsi e costruirsi ogni vita ben ordinata ed armoniosa. Signore, facci comprendere il vero cammino dell’esistenza umana nella pratica della virtù e nella luce dell’eternità. La vita monastica è, anch’essa, una testimonianza. Il rafforzamento dell’austerità di questa vita della Certosa è un apporto supplementare di spiritualità ad un mondo che ne ha un così grande bisogno.

Nato in Germania, e vissuto poi tra il suo Paese, la Francia e l’Italia, il nobile renano Bruno o Brunone è vero figlio dell’Europa dell’XI secolo, divisa e confusa, ma pure a suo modo aperta e propizia alla mobilità. Studente e poi insegnante a Reims, si trova presto faccia a faccia con la simonia, cioè col mercato delle cariche ecclesiastiche che infetta la Chiesa.
Professore di teologia e filosofia, esperto di cose curiali, potrebbe diventare vescovo per la via onesta dei meriti, ora che papa Gregorio VII lotta per ripulire gli episcopi. Ma lo disgusta l’ambiente. La fede che pratica e che insegna è tutt’altra cosa, come nel 1083 gli conferma Roberto di Molesme, il severo monaco che darà vita ai Cistercensi.

 Bruno trova sei compagni che la pensano come lui, e il vescovo Ugo di Grenoble li aiuta a stabilirsi in una località selvaggia detta “chartusia” (chartreuse in francese). Lì si costruiscono un ambiente per la preghiera comune, e sette baracche dove ciascuno vive pregando e lavorando: una vita da eremiti, con momenti comunitari. Ma non pensano minimamente a fondare qualcosa: vogliono soltanto vivere radicalmente il Vangelo e stare lontani dai mercanti del sacro.

Quando Bruno insegnava a Reims, uno dei suoi allievi era il benedettino Oddone di Châtillon. Nel 1090 se lo ritrova papa col nome di Urbano II e deve raggiungerlo a Roma come suo consigliere. Ottiene da lui riconoscimento e autonomia per il monastero fondato presso Grenoble, poi noto come Grande Chartreuse. Però a Roma non resiste: pochi mesi, ed eccolo in Calabria nella Foresta della Torre (ora in provincia di Vibo Valentia); e riecco l’oratorio, le celle come alla Chartreuse, una nuova comunità guidata col solito rigore. Più tardi, a poca distanza, costruirà un altro monastero per chi, inadatto alle asprezze eremitiche, preferisce vivere in comunità. E’ il luogo accanto al quale sorgeranno poi le prime case dell’attuale Serra San Bruno. I suoi pochi confratelli (non ama avere intorno gente numerosa e qualunque) devono essere pronti alla durezza di una vita che egli insegna col consiglio e con istruzioni scritte, che dopo la sua morte troveranno codificazione nella Regola, approvata nel 1176 dalla Santa Sede.
E’ una guida all’autenticità, col modello della Chiesa primitiva nella povertà e nella gioia, quando si cantano le lodi a Dio e quando lo si serve col lavoro, cercando anche qui la perfezione, e facendo da maestri ai fratelli, alle famiglie, anche con i mestieri splendidamente insegnati. Sempre pochi e sempre vivi i certosini: a Serra, vicino a Bruno, e altrove, passando attraverso guerre, terremoti, rivoluzioni. Sempre fedeli allo spirito primitivo. Una comunità “mai riformata, perché mai deformata”. Come la voleva Bruno, il cui culto è stato approvato da Leone X (1513-1521) e confermato da Gregorio XV (1621-1623).